sabato 28 dicembre 2013

TUTTE LE RECENSIONI DI "L'INCROCIO"


Recensione di L’INCROCIO a cura di Elisabetta Bagli

Ho letto “L’incrocio” di Anna Cibotti tutto d’un fiato. È un libro molto piccolo, ma molto intenso nel contenuto, scorrevole nella narrazione e onirico nelle descrizioni. Appena terminato di leggere ha lasciato nel mio animo sentimenti contrastanti. Mi è capitato di avvertire un senso di serenità, ripensando alla situazione nella quale si sono venuti a trovare i protagonisti, soprattutto per l’immagine ovattata delle vite dei cinque protagonisti sospese nella nebbia intorno al casale che li ospitava e, nel contempo, ho anche sentito quell’inquietudine tipica scaturita dalla stessa nebbia, usata sapientemente dalla scrittrice  come la metafora dell’ignoto che siamo costretti a vivere ogni giorno.
“L’incrocio” è un luogo del mistero, un luogo che esiste dentro di noi, ma che non esiste nella realtà, un luogo in cui scaturiscono desideri e necessità di condivisioni, di riflessioni sulla vita e i suoi misteri, sull’inconscio che porta a far agire l’essere umano in modo apparentemente assurdo e fuori dagli schemi, ma che è l’unica forma che ci fa sentire vivi quando tutto sembra essere spento.

 Non ci sono nomi per i cinque protagonisti, perché, in realtà, non sono importanti i loro nomi, bensí le loro personalità. Il Professionista, l’Amorevole, l’Amante con la sua compagna e lo Scettico si trovano suddivisi in quattro automobili che all’improvviso, giunte a un incrocio, si spengono senza un vero motivo. Da lì, inizia la loro avventura che li vede condividere il mistero e le loro storie. Iniziano a parlare di loro stessi, delle loro vite, dei dolori provati, della loro incapacità di scelta nella vita che li ha portati proprio a quel bivio in cui si sono incontrati. Le storie narrate lasciano sempre degli interrogativi al lettore e ognuno che si appresterà a leggerle darà la sua personale interpretazione sulle vicende e i personaggi che le animano. Ma ciò che viene chiaramente evidenziato nella scrittura semplice e asciutta della scrittrice è che l’uomo ha spesso il bisogno di raccontarsi e fare quasi un “rewind” mentale e sensoriale per poter riflettere sulle proprie scelte di vita effettuate e su quelle che si appresta a compiere. Proprio per non ripetere gli errori, proprio per comprendere se stessi e la propria esistenza. 
Non svelerò la trama del libro, ma credo che leggerlo riuscirà a far riflettere molti lettori che in preda all’impotenza o alla disperazione ancora non hanno avuto la capacità di scegliere quale sia la direzione da far prendere alla propria vita.

Elisabetta Bagli

 

 

RECENSIONE DI L’INCROCIO a cura di Ciro PINTO

Come l’autrice stessa ama definirlo, questo racconto breve è solo una proiezione pallida e crudele della luna. Ma ogni proiezione lunare è affascinante!

La prima cosa che ti appare nitida appena cominci a leggere è la visuale. Infatti la storia è narrata da un soggetto esterno che pare osservare, scrutare e interpretare come chiunque osservi un quadro. Non formula mai concetti e pensieri definiti, lascia sempre spazio al dubbio, all’interpretazione, direttamente correlati all’angolo di osservazione. Ovvio che l’approccio narrativo è influenzato dall’origine artistica di Anna Cibotti, cioè la pittura.

 A prima vista lo si definirebbe... lo si sarebbe detto... Insomma una serie di ipotesi, poi confermate nella storia, che ti fanno avvertire l’avvicinarsi dello sguardo... come un grandangolo che via via ingigantisce i dettagli.

Uno stile asciutto, quasi scarno ed essenziale, utile però a far distinguere toni e forme in quella nebbia grigia e pesante che avvolge la scena e finisce col riempire l’animo di chi legge.

Un incrocio dove tutto si blocca, delle persone costrette dalle auto in panne a fermarsi, a pernottare in un luogo di fortuna, raggiunto solo per merito di un contadino, semplice e un po’ grezzo.

La semplicità, l’ordine basico della natura che smonta le sovrastrutture della mente, che apre gli animi e spinge l’individuo a riflettere e a rivivere le sue scelte, la sua vita.

Fatti inspiegabili, o forse no? O forse solo rievocazioni inconsce di eventi che non si è voluto approfondire,

di ragioni che non si è potuto prendere in carico, che si è preferito rimuovere o semplicemente far sprofondare negli anfratti più nascosti dell’anima.

Un incrocio dove in una catarsi piena e sincera ognuno può ritrovare le ragioni più intime della sua esistenza e riconciliarsi con lei o dove continuare a brancolare nella nebbia se non si ha l’umiltà di riflettere e di comprendere.
CIRO PINTO

 

RECENSIONE DI L’INCROCIO  a cura di Giovanni Garuffi Bozza (10-10-2013)

L'incrocio, un luogo come tanti, in un posto non definito, di quelli che Marc Augé definirebbe non luogo. Il mistero di quattro macchine che si spengono all'improvviso, senza un motivo o un danno reale. Cinque persone, i cui nomi non sono importanti, si ritrovano costretti a passare la notte insieme, in un capanno vicino a quell'incrocio. Di ciascuno di loro è importante il lato di sé che li descrive meglio, che risaltando e forse riducendo tutta la varietà della loro personalità, finisce per definirli in toto. C'è il Professionista, l'Amorevole, l'Amante con la sua compagna e lo Scettico. Ciascuno di loro ha una storia di sofferenza, fatta eccezione per uno, che scoprirà presto di averne una, forse la più intrigante e sconvolgente. Solo chi metterà sul palcoscenico di quel capanno la sua narrazione e la consegnerà a quel gruppetto, potrà lasciare l'incrocio. Un bisogno inconsapevole di narrare, di condividere, quasi a legittimare una storia che altrimenti non esisterebbe. Ecco una breve descrizione, che spero incuriosisca, de L'incrocio di Anna Cibotti. Un mistero costruito ad arte dall'autrice, che delega al lettore il compito di svelarlo, comprenderlo, farlo suo, ogni lettore potrà trovare la sua spiegazione a questo viluppo, e chissà quanti e quali racconti dei personaggi lo aiuteranno a dare una sua interpretazione. Non è un caso che Anna si diletti anche a dipingere (la copertina è opera sua): la tela che offre ne L'incrocio allo spettatore, come i quadri d'autore, è passibile di molte interpretazioni, a seconda della prospettiva da cui si osservano le diverse storie narrate o dall'epistemologia che si possiede. Ho molto apprezzato lo stile di Anna, breve, intenso, per certi versi aspro e proprio per questo vincente e accattivante. Frasi molto brevi che svelano la scena al lettore, ma il velo che tolgono mostra un viluppo ancor più consistente che sarà il lettore a dover snodare. Consigliatissimo!

 

 

Recensione di L’INCROCIO A CURA DI Angelo Oliviero Fuina (17-10-2013)

Come premesso dalla stessa autrice, "L'incrocio" è una storia surreale fuori dal tempo e dallo spazio". Una Storia che è solida costruzione per altre storie, grazie al coinvolgente raccontarsi da parte dei quattro protagonisti che a quell'incrocio - non solo stradale - si vengono a trovare e, lì, si scoprono obbligati misteriosamente a fermarsi. Storie che lasciano sempre più interrogativi che risposte, funzionalmente al climax della Storia portante. Tutto è sospeso e immobile, come uno schermo cinematografico che aspetta di prendere vita con le proiezioni programmate. E tutto, infatti, fa subito pensare a una non casualità di eventi pur tra questi quattro viaggiatori fino a quell'incontro sconosciuti tra loro. Quattro protagonisti che lo stesso lettore comincia a conoscere soltanto come "Il professionista", "l'amante", "l'amorevole" e "lo scettico". Quattro protagonisti ottimamente disegnati dalla talentuosa penna di Anna Cibotti; quattro come le direzioni possibili di ogni incrocio che ognuno di noi prima o poi si trova ad affrontare. Quattro solitudini diverse legate da un sottile "fil rouge". Tre direzioni portano avanti e una, inevitabilmente, fa tornare indietro. Quale la direzione per non soccombere alla disperazione? Leggendo questo bel libro di A. Cibotti mi è quasi subito balzata alla mente una citazione tratta dal bel film "La leggenda del pianista sull'oceano", di Tornatore. Una frase, sul finale, che il titolare di un Monte dei Pegni dice direttamente al trombettista, vera voce narrante di questa trama. Frase che più o meno suona così: "Una bella storia merita sempre di essere pagata, e la tua lo è. "L'incrocio" è un libro che si legge quasi di un fiato sia per la brevità dello stesso ma soprattutto per la scorrevolezza dello stile della Cibotti. Ma come ogni sorso degustato - pur piccolo - che merita, la persistenza sensoriale è una certezza.


RECENSIONE DI L'INCROCIO a cura di Marco Trogi(14-2-2O14)

Prima o poi ognuno di noi si troverà di fronte al proprio crocevia, prima o poi a tutti verrà meno l’energia motivazionale, la capacità di prendere la decisione giusta, la forza. E così, di fronte a quell’incrocio, la vecchia auto, quel mec...canismo oscuro che ci ha sempre motivato e trasportato, si arresterà. La capacità di guardarsi dentro, di confrontarsi o più semplicemente di aprirsi agli altri, sarà l’unica soluzione affinché quel motore, spossato dai troppi chilometri percorsi, ingolfato da una snervante sovralimentazione di emozioni ed esperienze, possa rigenerarsi e ripartire spingendo di nuovo avanti il nostro fragile essere così bisognoso di certezze. Una bellissima e originale metafora sul “necessario per essere”, una piccola pietra preziosa sapientemente incastonata in una elegante e delicata atmosfera onirica.
Brava Anna!






RECENSIONE DI L'INCROCIO a cura di Andrea Leonelli

In condizioni misteriose quattro auto si bloccano a un incrocio per una condizione misteriosa e inspiegabile. I guidatori e i passeggeri delle auto si ritrovano forzatamente bloccati in un luogo sperduto e senza la possibilità di ripartire. Guidati sulla fine del pomeriggio da un contadino in un capanno, questi dice loro che è già successo e che “numero di persone e tempi a volte cambiano”, aumentando ancora più gli interrogativi che legano lo scettico, il professionista, l’amorevole e l’amante con la sua compagna. Condotti in uno spartano capanno, fra il tardo pomeriggio e la notte i protagonisti racconteranno le proprie storie, tutte diverse ma ognuna caratterizzata da alcuni eventi inspiegabili. Come se fosse proprio l’inspiegabile, il soprannaturale, a legare fra loro le storie. Come se l’elemento comune che unisce i protagonisti fosse proprio il mistero racchiuso nelle loro storie. Storie che li hanno bloccati a quell’incrocio per farsi raccontare a un “pubblico” che le possa, se non capire, almeno condividere grazie al fatto che ognuno di loro ha la sua storia inconsueta.

È una storia misteriosa quella narrata in questo libro, sono più storie che pur non toccandosi fra loro si intrecciano e si uniscono allacciate dai quesiti che pongono. Questo libro è come un dipinto i cui colori pur non mescolandosi poggiano su uno sfondo che li unisce e li contiene fondendoli in un opera a tinte forti, per quanto molto noir. Non è facile individuare il genere cui appartiene questo libro e probabilmente non è né giusto né necessario volerlo per forza inquadrare. La storia è scritta in uno stile scorrevole, comprensibile e godibile, e non sono richiesti appassionati di genere per trarre piacere da questa lettura.
Non è neanche una storia particolarmente lunga, non impegna giorni e giorni per essere finita, ma lascia un piacevole sentore di mistero nella mente e un ricordo persistente; non ci vuole molto a entrare nei personaggi e nelle loro storie e se ne viene catturati. Un buon libro il cui unico difetto, a volerne proprio trovarne uno è la brevità, ma come già detto questa può anche essere un pregio dato che la storia è priva di quelle ridondanze e di quelle parole superflue che caratterizzano e riempiono davvero troppi libri.
  





 Commento di L’INCROCIO di Nadia Cagna

 UNA STORIA BREVE MA INTENSA. Un libro che prende a poco a poco. All'inizio viene la prima impressione, che riguarda la storia, veloce e intrigante, poi, passato un po' di tempo emergono gli aspetti più profondi e per questo più nascosti del romanzo breve come lo chiama l'autrice.Quel che è certo è che "L'incrocio" non può lasciar freddi né può fare a meno di affascinare ed impressionare il lettore di turno!
Un grazie grandissimo all'autrice per averci regalato, in poche pagine, una storia indimenticabile!

 

 

 RECENSIONE DI “L'INCROCIO” di Regina Re
Il numero quattro ritorna, dai racconti alle macchine. Al principio le macchine sembrano essere le protagoniste. Sfilano sulla strada la Citroen grigia, la Ritmo bianca, la Mazda rossa e la Fiat Punto grigio metallizzato. Arrivate all’incrocio le macchine ferme svelano i loro abitanti: Il professionista della Citroen, L’Amorevole della Ritmo, La coppia di amanti della Mazda e lo Scettico della Punto. Ognuno il suo colore, ognuno la sua storia.

Tranne uno.

L’incrocio è il caso, il luogo della verità, dove silenzio e attesa mutano la durata del giorno e della notte.

Un giorno troppo corto che cede il posto ad una notte troppo lunga.

La notte della verità. Le tre verità.

La fila di macchine sul ciglio della strada è un po’ il lasciare i propri impedimenti, ciò che ci  sbarra un cammino che invece dobbiamo percorrere con le nostre gambe, nudi. Quando il mezzo non ha anima e non può credere a ciò che accade deve essere lasciato.

La chiave gira a vuoto : “Non si accesero i motori, ma gli animi!”

Il silenzio innaturale, l’immobilità e un’inquietudine tangibile fanno da cornice al quadro descritto.

La scrittrice comincia a disegnare i profili di ciascun personaggio, come se improvvisamente un riflettore venisse puntato su di lui.

Allora ci presenta lo Scettico che “ora che divideva la sorte con gli altri, si era calmato. Non erano soli al mondo, perbacco! Così cercava di convincere tutti, sicuro com'era che ci fosse  una ragione per ogni cosa”. Lo Scettico si distingue immediatamente dal resto del gruppo come colui che non è d’aiuto a nessuno, che può decidere di seguire gli altri o restare davanti ad una campagna brulla e solitaria.

La scrittrice ci fa subito intuire che la situazione è abbastanza anormale poiché i lavori in corso sulla statale hanno portato soltanto quattro macchine a quell’incrocio. Un trattore traghetta i protagonisti di questa storia ad un rifugio. Il contadino guida questa sorta di processione religiosa svela agli ospiti di questa avventura che non sono i primi né saranno gli ultimi. Forse resteranno due giorni. Forse.

”Parlava lentamente e scandiva le parole come volesse fargliele capire una volta per tutte”. Tutti capiscono tranne uno, lo scettico. Egli chiede spiegazioni ma non ottiene risposta, come tutti gli scettici che non credono e domandano. Ma se non credi nelle risposte non avrai mai una risposta.

La foschia avvolge tutto e prepara la scena alla narrazione.

Il Professionista è il primo, la sua storia è la storia della bellezza consumata dalla routine, della pesantezza accresciuta dalla noia e della fuga facilitata dall’abitudine. L’assenza che ricompare sotto altre spoglie, la bellezza che ritorna dopo una lunga vacanza e osserva l’incredulo con occhi “che sembrano due pozzi vuoti e incolori”, che guardano attraverso, senza appoggiarsi.

“Quelle scure orbite vuote di vita, mi chiedevo se non ci fosse l'opera di qualche entità maligna. Lei ridacchiava ed io me ne convincevo sempre di più." Di nuovo il lettore è sbattuto contro un’entità invisibile e può decidere se continuare ad ascoltare e credere al Professionista oppure essere scettico e continuare a scuotere la testa senza seguire più di tanto la storia. Rifiutarla a prescindere: “C’era una ragione per ogni cosa e lui era convinto di conoscerla”.

La perdita dell’anima è la perdita dell’amore. L’amore perde peso, la bambola di celluloide sostituisce la donna ferita e delusa. La cura miracolosa è segreta ed è nascosta nel bianco de retro delle foto del tradimento, chiusa in una busta gialla imbottita, di quelle che si usano per spedire libri o documenti. Tutto qui! No, silenzio. Il silenzio eterno. La voce calda e pacata uccisa da quella stridula e sciocca si suicida nel silenzio di uno specchio. Il momento della verità cancella la bellezza, riportando in superficie la cupa disperazione che rende nuovamente vivi gli occhi della moglie ritrovata. L’ignoto, il presentimento, la verità sfumano nell’unico desiderio di accarezzare quel volto, mentire a quel volto in lacrime poiché “Lei aveva bisogno di tranquillità in quel momento.” In realtà la tranquillità è quella della vecchiaia e non quella della giovinezza che fugge.

“Non chiederti il perché, ce l’hai sotto gli occhi”. Abbiamo sempre le nostre risposte in tasca travestite da domande. Non leggiamo, non vediamo. Accettiamo.         

L’attesa che si avverte leggendo si traduce in una silenziosa preghiera. Il caso è davvero un caso?

Non è forse il rifugio un luogo dove ritrovarsi, riposarsi e poi riprendere il viaggio, quando si è raggiunta la giusta consapevolezza dell’entità del cammino che si è percorso e di quello che si deve ancora percorrere.

La stanza è carica di aspettativa e ognuno pensa alla sua storia che ora vuole condividere.

Tranne uno che cammina avanti e indietro.

L’autrice fa poi avanzare l’Amante, colui che ha sposato il riflesso dell’amore ovvero colei che ha generato la giovinezza che lui ama. La gelosia, la possessività e  l’esclusività si contrappongono alla complicità affettiva extra coniugale. L’apparente indifferenza culmina in tragedia. La morte saluta dalla finestra e ti alita dietro il collo. Il saluto di routine e uno schianto. La condanna: L’impossibilità di amare chi si ama. “Un fatto inspiegabile. Un vero mistero”. La morte è rimasta, “Lei è rimasta lì e ci osserva. La sento. E' la mia ombra.”

Continua a distinguersi la figura dello scettico. L’unico che non ha un capitolo in questo libro.  A lui la scrittrice non concede il beneficio dello spazio:

“Ormai erano consapevoli di essere vittime di qualcosa al di la dell'umana conoscenza.

                 Tutti meno uno. Lo scettico”

“Dopo il discorso dello scettico si erano guardati l'un l'altro scuotendo la testa. Era un uomo che non voleva arrendersi all'evidenza. Presunzione e ignoranza gli impedivano di credere che ci fosse qualcosa al di là della comprensione umana. La sua ostentata sicurezza lo rendeva sempre più antipatico. La sua mancanza di sensibilità poi...”

Interessante l’apertura dell’ultimo discorso, quello dell’Amorevole: “Solo chi ha avuto certe esperienze drammatiche può capire e comprendere. E' difficile raccontare quello che ci è successo  sapendo di non essere creduti, ma compatiti o derisi. A me è capitato sempre da quel giorno.”

Un marito che perde la calma facilmente, che detta legge ad una moglie e ad un cane bassotto, un uomo che non ha abbastanza persone da comandare in casa e a lavoro non ha abbastanza ambizioni. Un uomo che non si espone e rifiuta di migliorare perché il testardo non accetta consigli da nessuno. Un uomo riservato e pensieroso ma privo di ricchezza interiore perché: “Non diceva niente perché non aveva niente da dire.” Un uomo che alla prima difficoltà si arrende e non accetta la sconfitta tanto da rifugiarsi in cantina e decidere di assumere un atteggiamento autoritario. Un uomo che parla per ferire e che alla fine ferisce senza parlare.

“Cosa passa nella testa di un uomo che si sente un fallito? L'illusione di credere di non esserlo. E quell'illusione mio marito credette di trovarla nella bottiglia.”

 “Negare, e vedere e sentire cose inesistenti”, il tipico atteggiamento da alcolista.

La figura dell’Amorevole sembra distinguersi dalle altre figure narranti:

                “La sua voce bassa e calda, era gradevole. Inoltre pronunciava le parole senza nessuna inflessione dialettale. Il suo modo di parlare era recitato, non artificioso però. Ricordava la voce fuori campo che spiega le immagini o gli antefatti nei film o nei documentari. L'espressione del viso accompagnava le parole e i suoi gesti erano misurati. Tutti pensarono che avesse frequentato una scuola di recitazione, e che facesse o avesse fatto l'attrice o la doppiatrice.”

Quasi impossibile immaginarla impotente e indifferente di fronte al suo fallimento, ovvero l’aver sposato un fallito che ha perso la fiducia di sé e si chiude in cantina a bere dicendo che deve proteggere le sue bottiglie preziose. Impossibile aiutare chi non vuol essere aiutato.

“Mentre parlava, gli altri accarezzati dalla sua voce armoniosa come un bambino durante la favola della buona notte, piano piano passarono da una soporifera veglia, ad un sonno profondo. Anche lo scettico si era addormentato”

La storia è svelata soltanto al lettore, un’altra storia che nasconde un altro mistero.

L’Amorevole lo svela mentre gli altri dormono ma non hanno bisogno di ascoltarla. In realtà gli altri hanno accettato le loro storie e il mistero in esse contenuto. Tranne uno, lo Scettico.

“Ecco la ragione del viaggio.”

L’alba è un’alba nuova per i viaggiatori. Per loro il viaggio continua: “Videro giù in basso le loro auto, così come le avevano lasciate. Cominciarono a correre per raggiungerle, quasi sentissero che le cose erano cambiate. Quando girarono la chiave d'accensione, assieme al rumore del motore si sentì un coro di grida gioiose.

 Era finita. Potevano andarsene da quell'incrocio maledetto. Finalmente!”

“Non tutti però.

La macchina dello scettico rimase muta.

Li vide partire verso il loro destino.

Forse domani sarebbe toccato anche a lui. Forse.”

 A volte è necessario fermarsi, ascoltare senza scuotere la testa e accettare, per poi poter continuare.
Regina Re

 

 

               

               

               

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